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CASINA-TABRIZ ONE WAY
Si parte. Fine gennaio 2008, una levataccia per raggiungere l'aeroporto di Bergamo all'alba, e un'emozione fortissima; tra circa 48 ore varchero', se tutto va bene, il confine iraniano e mi trovero' catapultato in uno dei paesi piu' sconosciuti all'occidente moderno. Ho pensato fosse opportuno partire preparati; la lonely planet sembra gia' molto "vissuta", e nei mesi scorsi ho rispolverato i libri di storia antica, giusto per capire cosa vedro' a Persepolis. Tuttavia ho focalizzato il mio interesse sugli avvenimenti del 1979, anno in cui l'Iran sterza bruscamente verso la teocrazia.
Il viaggio verso l'aeroporto e' eterno. Sono due ore e trenta, ma l'eccitazione dilata il tempo. Mi concedo una sosta veloce in autogrill, per nulla affollato; le due ragazze dietro al bancone, io e un personaggio sospetto che consuma e non paga dicendo che i soldi li portera' la prossima volta. Il personale non protesta.
Giunto a Bergamo, mi godo il sorgere del sole; il bel tempo e il fatto che il mio volo sia uno dei primi della mattinata dovrebbero essere garanzia di puntualita'.
Il volo verso Istanbul e' rilassante e atterriamo puntuali all'aeroporto Sabiha, situato sulla sponda asiatica della capitale turca. Le formalita' doganali sono veloci e nel giro di 10 minuti sono fuori.
Insieme ad un gruppetto di italiani, abbiamo qualche problema con l'autobus; dai cartelli sembra che parecchi vadano sul Bosforo, ma gli autisti continuano a dirci di aspettarne un altro. Dopo mezz'ora di attesa, "disobbediamo", salendo su uno dei tanti che vanno verso il centro. Il viaggio e' molto lungo perche' il bus passa da piccoli paesi e fa moltissime fermate; probabilmente ci era stato detto di aspettare perche' c'e' un bus diretto. Arrivo a Kadikoy dopo circa un'ora e trenta.
Dal traghetto che mi condurra' sulla sponda europea, osservo gli appuntiti minareti della Moschea Blu che sembrano pungere le nuvole dense di pioggia. Il cielo, di un colore grigio-blu, non promette nulla di buono ma fortunatamente le condizioni miglioreranno. Da Eminonu, capolinea del traghetto, raggiungo Sultanhamet velocissimamente con il tran-vai e mi insedio all'Hostel Nobel, gia' collaudato l'estate scorsa in occasione della vacanza turca con la mia compagna Andrea.
Sultanhamet e' un posto fantastico. L'ho amato l'estate scorsa, lo godo adesso, ci tornerei sempre. Quasi tutti gli alloggi e i ristoranti sono situati molto vicino alle due attrazioni principali, la Moschea Blu e Aya Sofia. Gli integralisti del viaggio d'avventura possono obiettare, a ragione, sulla eccessiva turisticita' della zona; non credo comunque che esistano posti migliori dove alloggiare per gustare il fascino dell'antica Bisanzio.
Nel pomeriggio colgo l'occasione per visitare il palazzo Topkapi, affollato da orde di turisti orientali alquanto rumorosi.
Tornato in ostello dopo una cena frugale, conosco i miei compagni di stanza. Un ragazzo, forse americano, sicuramente non estroverso; due ragazzi francesi, simpatici, accaniti overlander. Hanno viaggiato dalla Francia alla Turchia via terra. Adoro parlare con altri viaggiatori, anche se normalmente dialogando con i francesi ho tempi di reazione piuttosto lunghi, necessari per capire se stiano parlando francese o inglese. Incuriositi dalla mia destinazione, mi chiedono piu' volte come ho organizzato il viaggio, se in Iran avro' un appoggio, se parlo il farsi. E poi la domanda "Is it safe?", che chiaramente mi aspettavo, alla quale posso rispondere solo sulla base di quanto ho letto, cioe' che l'Iran e' uno dei paesi piu' sicuri al mondo per il viaggiatore. Vedremo, domani sara' una giornata lunga.
Levataccia, come ieri! E la notte non e' che sia stata delle piu' silenziose. In dormitorio bisogna adeguarsi ai rumori dei compagni e talvolta anche agli odori. Cammino di prima mattina a fianco della Moschea Blu, in una Istanbul deserta; il muezzin intona l'adhan e l'atmosfera diventa surreale. In dieci minuti parte il primo tranvai in direzione del Bosforo, mi unisco nell'attesa ad uno sparuto gruppo di lavoratori turchi. Raggiunta Eminonu, si presenta il problema che temevo; il primo traghetto per Kadikoy parte alle 7.30, quindi si profila il rischio di non arrivare in tempo all'aeroporto Sabiha e di perdere il volo che mi portera' ad Erzorum. Decido quindi di traghettare per Uskudar; da qui, con qualche difficolta', prendo un autobus per Kadikoy e quindi per l'aeroporto. Avrei potuto tranquillamente prendermela piu' comoda, in quanto il volo e' ritardato di un'ora. Finalmente si parte, sono le 10 e sono gia' piuttosto stanco; meglio non pensare al tour de force che mi attende. Dopodomani alle 8 ho il volo Tabriz-Shiraz, quindi devo raggiungere assolutamente la frontiera turco-iraniana entro stasera. Il volo e' bellissimo; sorvoliamo il paese in tutta la sua lunghezza, la giornata e' splendida e le montagne dell'Anatolia orientale sono completamente bianche. In quest'area dell'est della Turchia le temperature possono facilmente precipitare al di sotto dei venti gradi sottozero; fortunatamente sembra che la giornata non sia delle peggiori, e il clima non e' dissimile da quello al quale sono abituato. I collegamenti tra il piccolo aeroporto di Erzorum e il centro sono garantiti dal comodo autobus della Turkish Airlines. Mi faccio lasciare alla otogari, che si trova proprio lungo il tragitto, e m'incammino verso le biglietterie; i "falchi" mi notano subito, mi chiedono la destinazione e mi indicano l'ufficio dove acquistare il biglietto. Non sono una loro potenziale preda, in quanto il traffico per Dogubayazit e' gestito da un'unica compagnia. Acquistato il biglietto e verificato che il bus partira' alle 15.00, mi dirigo verso il centro di Erzorum per il pranzo e una rapida visita. La citta' e' fin troppo simile a centinaia di altre che ho visitato, e cio' mi sorprende! Lontana dalla capitale Ankara, lontanissima dalla capitale storica Istanbul, vicina alla frontiera di un paese nei confronti del quale la Turchia si sta progressivamente allontanando. E' sabato, primo pomeriggio; una schiera di giovani con jeans a vita bassa e ipod affolla le vie del centro e i fast food. Poco oltre e' adibita una pista di pattinaggio nel mezzo di un incrocio; allegre famigliole si rilassano guardando le evoluzioni dei ragazzi, mentre la musica a tutto volume distrae gli automobilisti. Mi lascio tentare dal consumismo turco e pranzo in uno dei tanti fast-food insieme a decine di studenti.
E' ora di andare, percorro i 3 chilometri che separano il centro dall'autostazione sperando che abbiano avuto cura del mio zaino che ho lasciato in custodia in biglietteria. L'autostazione e' grande, ed e' dotata di ogni tipo di servizio; dai negozi al barbiere. I gate degli autobus sono numerati e le indicazioni sono molto chiare; talmente chiare che iniziano i problemi. Mancano 20 minuti alla partenza, ci siamo solo io e un uomo che chiaramente non parla neanche una parola di inglese. Chiedo informazioni a dei ragazzi in attesa al gate adiacente; mi dicono che non sanno nulla del bus per Dogubayazit ma hanno molta voglia di parlare inglese e nasce una piacevole conversazione. Fanno mille domande su di me, che lavoro faccio, quanto guadagno, perche' vado in Iran. Anche loro partono alle 15.00, per Izmir; passeranno un giorno in autobus. Mancano 5 minuti e il mio compagno di viaggio mi invita a seguirlo in biglietteria. Ci comunicano che il luogo di partenza e da tutt'altra parte e di corsa raggiungiamo il fatiscente minibus che ci aspetta a motore acceso. Ci posizioniamo nel primo sedile avanti e finalmente si parte. Il bus procede molto molto lentamente, il motore sembra non avere potenza. Il vetro anteriore presenta un foro perfettamente tondo, che fa pensare ad un arma da fuoco. Appena attraversato il centro di Erzorum siamo gia' fermi per problemi tecnici; l'autista telefona e nel giro di poco arriva il 'servizio tecnico', 4 ragazzi armati di bastoni che cominciano a martellare i tamburi del minibus. Penso allora che il problema sia dovuto ai freni che rimangono azionati; cosi' non e', visto che alla ripartenza il bus procede lentissimamente, come prima. Il viaggio si profila eterno; si sta facendo sera e avremo percorso 50 km; lo sbrinatore non funziona e l'autista ha il suo bel da fare per tenere pulito il lunotto. Mi viene chiesto di esibire il biglietto e qualche altra cosa che non comprendo; mi limito a ripere 'Dogubayazit', ma l'uomo continua a parlarmi in turco. Deve esserci qualche problema, in quanto il mio vicino di posto, diretto a Dogubayazit, protesta animatamente e successivamente tenta in tutti i modi di farmi capire qualcosa. Purtroppo e' impossibile; nessuno sa una parola di inglese, francese, o qualsiasi altra lingua un po piu' 'franca' del turco. Dopo 5 ore di viaggio arriviamo ad Agri, siamo ancora lontanissimi dalla destinazione e sono veramente preoccupato perche' una volta arrivato dovro' anche trovare un alloggio. In autostazione ci invitano a scendere, e chiamano me e il mio compagno in disparte. Gli propongono qualcosa e lui va su tutte le furie! Comincia una animata discussione, alla quale prendo parte nel ruolo di 'muto'. Gli animi sembrano placarsi quando veniamo invitati dentro a sederci. Nervosamente cerco qualcuno che possa spiegarmi la situazione ma proprio non c'e' verso. Non ci sono giovani in giro, solo venditori di snack e bibite; mi siedo con il mio compagno, disturbato da una fastidiosissima luce al neon che ingiallisce tutto. Forse ci siamo, un uomo ci invita ad uscire dopo circa un'ora di attesa. Il mio compagno paga 5 lire turche ed io sono invitato a fare altrettanto. C'e' anche un ragazzo, ben vestito, che sembra essere dei nostri; infatti anche lui paga l'uomo. Non parla inglese, ma mi fa capire a gesti che andremo in auto a Dogubayazit! Non tutto il male vien per nuocere, il viaggio sara' molto piu' veloce che in minibus. Probabilmente il bus si e' fermato ad Agri perche i passeggeri che proseguivano per Dogubayazit erano troppo pochi e non sarebbe stato conveniente per loro. In auto cerco di socializzare con il ragazzo; in realta'conosce qualche parola di inglese (forse 5 parole) e riusciamo a capirci un po'. Sembra molto intelligente; riesce a farmi capire che l'auto costava 10 lire a testa, ma abbiamo pagato 5 perche' il bus non ci ha portato a destinazione. Scopro anche che il ragazzo era sul mio stesso bus! non l'avevo proprio notate, e dire che saremo stati in 10 o 11 in tutto. E scopro anche...che era in aereo con me! Si chiama Gokhan, va a Dogubayazit a trovare un amico insegnante. Vive a Istanbul, nel quartiere di Besiktas e viaggia spesso su questa rotta; dall'estremo ovest all'estremo est. Dice che solitamente vola direttamente ad Agri ma oggi non c'erano voli, o erano troppo cari, non capisco. Il viaggio e' veloce, nevica abbastanza forte ma non abbiamo problemi e alle 22.30 circa siamo in paese. Sono stanco morto, penso di meritarmi una bella dormita ma Gokhan insiste per andare a cenare con lui; e' ansioso di farmi assaggiare la pide che cucinano in un ristorante dove va spesso con il suo amico. Inoltre non c'e' nessuno ad attenderlo, e probabilmente ama mangiare in compagnia. Non posso rifiutare, ma devo ammettere che e' una bella prova di forza; sarebbe meglio andare a trovare un alloggio prima di cena, visto che e' gia' tardi, ma Gokhan garantisce che non c'e' problema. Non ho scelta! Entriamo in una specie di taverna, arredata in stile chalet di montagna, e ci accomodiamo al primo piano. Il personale accoglie Gokhan come un amico che manca da tempo. La pide e' la pizza turkish-style; Gokhan e' ansioso di conoscere i miei commenti. Divoro la mia porzione in tempo record, e onestamente non mi aspettavo di mangiare cosi' bene in un posto come questo. Dopo un po' di conversazione, per la verita' molto gestuale, e qualche foto ricordo con il cameriere, sottolineo fermamente la mia necessita' di andare a dormire e chiedo il conto; vorrei offrire la cena a Gokhan che si e' mostrato gentilissimo. Niente da fare, paga il conto, e non vuole accettare i miei soldi. Commosso da cotanta gentilezza, spaesato da un tale livello di ospitalita' gratuita, prometto di contattarlo la prima volta che tornero' a Istanbul per una cena insieme. Ci scambiamo gli indirizzi email e scendiamo in strada, alla ricerca dell'hotel Ararat che la mia guida indica come uno dei piu' economici. Ovviamente Gokhan mi accompagna, per sincerarsi che sia tutto a posto. Chiedo alla reception una 'camera con vista Ararat', ma l'uomo mi risponde che in questa stagione non e' possibile vedere la montagna a causa delle condizioni meteo. Salutato Gokhan, che mi bacia sulle gote come da tradizione turca, seguo il padrone dell'hotel che mi mostra la mia camera al terzo piano. I corridoi sono male illuminati e la pulizia, come prevedibile, non e' quella di un cinque stelle. L'hotel vive grazie ad una clientela 'business', il tipico business di frontiera; ma parecchie camere sono libere e l'ambiente sembra abbastanza silenzioso. Mi adagio sul letto, e l'insonnia e' solo un lontano ricordo europeo.
Vengo svegliato di soprassalto da un deciso bussare. Non so che ore sono, ma non deve essere tardi dal momento che non sono affatto lucido..infatti spontaneamente vado ad aprire la porta, in mutande, senza chiedere chi e'. E' l'uomo della reception, che appena mi vede, si congeda con un laconico "oh, sorry...". Sono le cinque in punto ed evidentemente il ragazzo ha sbagliato porta. Dopo averlo maledetto accuratamente, torno a riposarmi per altre due ore; mi e' stato detto che il bus per Garbulak (frontiera turco-iraniana) parte alle dieci, ma e' meglio essere pronti prima e andare a verificare personalmente.
Esco quindi di prima mattina in cerca di una buona colazione. La classica locuzione 'sonnolenta citta' di frontiera' si addice perfettamente a Dogubayazit; fa molto freddo e cammino quasi solo per la via principale. Nevica a fiocchi grossi ma molto lentamente. Mi infilo in un bar che promette bene; un bancone ad angolo lungo diversi metri pieno di paste e dolciumi, succhi di frutta, pane. Il personale del negozio e' piuttosto curioso nei miei riguardi, e comincia la classica conversazione fatta di gesti e sorrisi. Pur mangiando come un porco, riesco a spendere un solo euro; mi rimangono un po' troppe lire turche e cambiarle sara' un problema. Alle otto sono pronto per il grande evento; recuperato il mio zaino all'hotel Ararat mi incammino in direzione del distributore di benzina, da dove dovrebbero partire i dolmus (minibus) per il confine. Un gruppetto di bambini che gioca nella spazzatura mi saluta, o forse mi prende in giro, chi lo sa. Fatico un po' a trovare il luogo di partenza, devo chiedere ai passanti, che non sembrano avere le idee chiarissime. Finalmente un ragazzo mi indirizza in una stanza entro la quale quattro uomini prendono il te' e fumano vicino ad una stufa. Tutto sembrano tranne autisti di autobus, ma alla mia richiesta mi confermano di essere nel posto giusto. Come mi era stato detto, il dolmus parte alle 10, dovro' attendere 2 ore circa. Mi sembra strano di essere da solo; in fin dei conti se c'e' un minibus dovrebbe esserci anche la clientela. Finalmente dieci minuti prima della partenza arriva un tedesco, sulla sessantina, visibilmente sovrappeso, che mi chiede se i bus partono da qui. E' un turista di quelli 'strani', manca dal suo paese da lungo tempo, e' diretto in Siria. Non varchera' il confine ma vuole solo andare a vedere il posto di frontiera. Gli espongo i miei programmi di viaggio e il rammarico per non poter vedere l'Ararat...al che' mi invita ad uscire e a godermi la vista! Della montagna e' visibile solo la vetta, che spunta dal tetto di un condominio in cemento, la cui facciata e' piena di parabole satellitari. Non e' possibile vedere di piu' perche' siamo comunque in centro al paese. Non vedo l'ora di partire, anche perche' il tempo sta peggiorando e nel giro di poco le nuvole copriranno tutto; inoltre sono le dieci passate, non capisco il motivo del ritardo e sono sicuro che nessuno riuscirebbe a spiegarmelo. Qualche minuto ancora, e gli uomini ci fanno cenno che il dolmus e' pronto. Prendo posto in tutta fretta sul lato sinistro sperando che la montagna sia ancora visibile; la partenza ritarda ancora fino all'arrivo di un autobus dal quale scendono 10-12 persone intenzionate ad unirsi a noi. Siamo strettissimi, ho lo zaino in braccio come tutti gli altri; sara' un viaggio breve ma molto 'intenso'. Finalmente si parte. Superato il centro, l'autista si ferma nei pressi di una costruzione piuttosto anonima, dalla quale esce un ragazzo con due taniche di benzina. Il carburante in Turchia e' molto caro mentre in Iran non costa praticamente nulla; prospera quindi questo mercato parallelo, fatto di bidoni nascosti sotto i veicoli e trafugati illegalmente alla frontiera. Dopo il pit-stop il bus prosegue a tutta velocita', mentre sulla nostra sinistra la sommita' dell'Ararat che spunta tra le nuvole mi emoziona. Nel giro di mezz'ora arriaviamo alla frontiera e il dolmus si ferma proprio a pochi metri dal posto di controllo turco. Scatto ancora qualche fotografia della montagna di Noe' ma ormai la foschia sembra l'abbia completamente inghiottita. Salutato il compagno tedesco, che mi guarda con una certa ammirazione, mi presento al check-point turco dove gli ufficiali, dopo aver controllato la validita' del mio visto iraniano, espletano le pratiche di uscita. Sono ora nella 'terra di nessuno', un tratto di circa 500 metri che separa i due posti di controllo. Affretto il passo per raggiungere un ragazzo avanti circa 20 metri; era in bus con me e vorrei chiedergli dove va per condividere eventualmente un veicolo. Bahman e' un giovane sulla trentacinquina, dall'aspetto curato. E' vestito in modo piuttosto occidentale, indossa una sciarpa elegantemente annodata al collo e porta uno zainetto Nike. Studia a Istanbul ma e' iraniano della citta' di Orumiyeh; percorre questa tratta qualche volta all'anno per rientrare dai suoi parenti. Il suo inglese, inizialmente alquanto arrugginito, diventa estremamente fluente nel giro di pochi minuti. Mi conferma che l'attraversamento a piedi della frontiera e' il modo piu' veloce per recarsi in Iran; infatti, essendo il contrabbando molto fiorente, gli autobus subiscono duri controlli da parte delle autorita' e i tempi di attesa possono protrarsi anche per 16 ore, come capito' a lui tempo addietro. Ci presentiamo insieme allo sportello di controllo iraniano dovre presento i miei documenti ad un gentilissimo ufficiale, che li prende in custodia e mi invita ad aspettare in una sorta di sala di attesa. Bahman ha gia' il timbro di entrata ma gentilmente mi aspetta per proseguire il viaggio insieme. In circa venti minuti il mio passaporto ritorna completo di timbro,non oso immaginare quanto avrei dovuto aspettare se avessi viaggiato in autobus. Procedo con il fido Bahman verso la stanza seguente, nella quale siamo invitati ad apoggiare i nostri bagagli su uno scaffale per i controlli del caso. Bahman mi presenta Assan, un ragazzo afgano che ha condiviso il lungo viaggio in autobus attraverso la Turchia. Assan e' un po' piu' giovane di me, studia a Izmir e di tanto in tanto torna a visitare la famiglia a Mashad, nel Khorasan, la 'mecca degli sciiti'. Inizialmente e' un po' diffidente nei miei confronti, tant'e' che non mi e' dato nemmeno di capire se parla inglese. Superato velocemente anche il controllo bagagli, siamo finalmente in Iran a tutti gli effetti. All'uscita del posto di frontiera veniamo letteralmente assaliti dagli hawkers, desiderosi di acquistare lire turche a basso prezzo. Faccio presente ai miei compagni che dovrei cambiare, Assan mi fa cenno di aspettare mentre divora un panino in perfetto stile occidentale. Non ha fretta lui, il viaggio da Izmir a Mashad e' eterno quindi tanto vale prendersela comoda. Nel frattempo arrivano anche i tassisti ma Assan continua a mangiare; sembra prepararsi per la battaglia. Finito il panino, e' tempo di pensare ai miei soldi; i miei compagni non mi permettono di contrattare con gli hawkers direttamente perche' pensano che risulterei truffato. Cosi' mi chiedono di dare i soldi a loro. Comincia il valzer. La contrattazione sarebbe potuta avvenire anche solo verbalmente, ma mostrando loro i soldi probabilmente si ottiene qualcosa di piu'. Dopo 5 minuti buoni di discussione, talora anche accesa, comincio a vergognarmi un po'...sto facendo perdere tempo ai miei compagni per scambiare una trentina di lire turche in rial! Gli animi si placano, Assan e Bahman tornano verso di me, mi porgono i miei soldi e mi dicono quanto sono riusciti a strappare. Chiaramente accetto,in quanto non e' possibile cambiare lire turche oltre Bazargan. Il passaggio delle banconote avviene per mano mia, mi viene consegnato un malloppo di rial che mi fa sentire tanto ricco. Assan, che ha condotto la trattativa, sembra un po' spiacente, come se non avesse ottenuto quanto sperava. E tutto per aiutarmi! E' tempo di contrattare la discesa a Bazargan. I miei compagni sono gia' all'opera, a me non resta altro che aspettare. Sorprendentemente dopo due minuti siamo gia' dentro un paykan, noi 3 dietro e altri 3 uomini seduti davanti, quello in mezzo sulla leva del cambio. Il paykan e' un inquinantissima auto degli anni 70, simbolo dell'Iran; nei prossimi giorni imparero' ad amarli. In 5 minuti siamo a Bazargan, primo paese iraniano dopo la frontiera. Bahman e Assan pagano il taxi, e rifiutano categorigamente i miei soldi dicendo che sono un ospite. Penso che avro' occasione di rifarmi, visto che il viaggio e' ancora lungo. A questo punto si potrebbe proseguire per Tabriz in savari (taxi colettivo) o raggiungere Maku e prendere il bus. Decidiamo per la seconda soluzione, in quanto solo io e Assan viaggiamo verso Tabriz; Bahman sara' con noi solo fino a Maku, poi proseguira' per Orumiyeh. Nei 15 minuti di taxi verso Maku, Bahman legge curiosamente la mia guida. Scopre cose interessanti anche sulla sua citta' e sembra molto soddisfatto. Giunti all'autostazione, insisto offrire la corsa in taxi ai miei due nuovi amici, 15000 rial (1,1 euro) ma non c'e' verso. Accettano solo un terzo della tariffa,cioe' 5000 rials. Assan mi dice che il nostro autobus e' in partenza e cominciamo a correre. Quasi dimentico di salutare il gentilissimo Bahman, che mi scrive il suo numero di telefono sulla prima pagina della Lonely Planet e si congeda pregandomi di chiamarlo in caso di qualsiasi problema. In procinto di salire sul autobus, vengo importunato (si fa per dire) da un tale Ismail Suleymani che si offre come guida; evidentemente non capisce che sono in partenza! Finalmente prendiamo posto e partiamo nel giro di breve.
L'autobus e' sufficientemente veloce quindi le quattro ore teoriche che ci separano da Tabriz dovrebbero essere reali. Per la prima volta dal mio ingresso nel paese vivo una situazione non frenetica, che mi da' tempo per pensare e godermi cio' che mi circonda. La prima e ovvia considerazione e' sono in Iran, uno dei paesi dell 'Asse del male', ma tutto pare normalissimo. Non si sente la musica diabolica e tenebrosa che accompagna i reportage in TV, non si ha la sensazione di essere in un covo di terroristi. Anche il tenore di vita sembra decisamente piu' elevato che nel Kurdistan turco. Sfoglio la mia fida guida per trovare qualche informazione sull'Azerbaijan, ossia la parte di paese che sto attraversando, di cui Tabriz e' capitale. Relativamente al paese Maku leggo: 'super-keen freelance guide Islam Suleymani is likely to find you before you look for him'...sbotto in una grande risata! Stavolta la Lonely Planet ha superato se' stessa! Rendo partecipe il mio compagno di viaggio della curiosa situazione e cominciamo a conversare. Assan e' un profugo afgano, la sua famiglia e' vittima della devastazione sovietica che scosse l'Afghanistan alla fine degli anni '70. Originario di Herat, emigro' con i genitori all'inizio degli anni '80 nel vicino Iran. Vicinanza solo geografica, in quanto ne' lui ne' i suoi ebbero piu' possibilita' di tornare in patria. Mi mostra il passaporto, afghano; l'Iran non concede la cittadinanza ai profughi, nemmeno dopo 30 anni, nemmeno alla gente come Assan che sostanzialmente e' madrelingua farsi. Nel sedile anteriore, due ragazze sulla ventina sono incuriosite dalla conversazione in inglese. Una di esse mi chiede, in uno stranissimo inglese, di mostrarle la mia guida. Dopo averla guardata insieme all'amica per una decina di minuti, cerca di intraprendere una conversazione con me; purtroppo non capisco il suo inglese e Assan deve fare da traduttore. Mi rivolge le domande standard "Di dove sei - Quanti anni hai - Cosa fai in Iran - Cosa ne pensi dell'Iran" ma il dialogo dura poco in quanto la presenza di un traduttore e' poco stimolante per entrambi. L'eccitazione e' troppo forte per dormire, anche se sono stanco; passo il viaggio osservando un paesaggio piuttosto monotono fatto di montagne completamente spoglie e di brevi tratti pianeggianti imbiancati dalla neve. La strada e' liscia e sufficientemente ampia; di tanto in tanto si attraversa qualche centro abitato. Dopo circa due ore di viaggio siamo fermi per un problema di traffico; un mezzo militare giace sottosopra in mezzo alla carreggiata probabilmente a causa di una errata operazione di scarico da un autocarro. La tentazione di fotografare e' forte ma fortunatamente mi trattengo; non credo che i militari che presidiavano l'area sarebbero stati d'accordo. Il seguito del viaggio non riserva sorprese e giungiamo a Tabriz all'imbrunire. Assan rimarra' sull'autobus, che prosegue per Tehran, ma la sosta in autostazione a Tabriz e' abbastanza lunga quindi molto gentilmente mi accompagna dai tassisti e contratta il prezzo per me. Lo saluto calorosamente, raramente nei miei viaggi ho ricevuto migliore accoglienza di quella che lui e Bahman mi hanno riservato.
La cosa che adoro in questo tipo di viaggi, specie se in solitaria, e' l'infinita' di situazioni che si presentano nell'arco di poche ore. E' molto stimoltante passare da una condizione di calma ad una di stress completo; l'arrivo in una citta' come Tabriz di sera e' un perfetto esempio della seconda situazione. Il tassista e' un personaggio strano; decisamente sovrappeso, sorride sempre mentre fa domande incomprensibili. Riesce a chiedermi di dove sono, facendo un elenco di nomi di paesi (in farsi). A giudicare dalla sua espressione, sembra gli piaccia l'Italia e vorrebbe chiedermi qualcos'altro; continua a ripetermi "Italia, Khomeini?". La consolidata tecnica di annuire sempre, che uso da anni in giro per il mondo, non sembra funzionare. Sono quindi moralmente obbligato a capire la sua domanda, che continua pero' ad essere posta nei termini "Italia, Khomeini?". Inoltre continua a guardarmi direttamente in faccia, zigzagando fra il traffico infernale della citta'. Finalmente aggiunge un terzo elemento di fondamentale importanza alla domanda; la parola 'lady'. Ecco che 'Italia, Khomeini, lady?" diventa "anche in Italia le donne sono obbligate a portare il velo?". Il pensiero vola ai topless delle spiagge di Rimini, ai tanga presentati in tv all'ora di cena, alla mutanda a vista delle adolescenti; ma rispondo diligentemente "no".
Arriviamo all'hotel Mahmoodi, o meglio cosi' sostiene il tassista. Vengo scaricato nella trafficatissima Imam Khomeini street, che fatico un poco ad attraversare; le insegne in farsi dei negozi non mi aiutano di certo ad identificare l'hotel. Apro una porta qualsiasi e mi ritrovo in un'agenzia di biglietteria aerea e ferroviaria dove chiedo lumi e vengo correttamente indirizzato. L'hotel non era in realta' molto lontano da dove sono stato scaricato, ma l'entrata non e' facilmente individuabile. Apro la porta principale e un corridoio di qualche metro mi separa dal banco della reception. Un ragazzo sulla trentina mi accoglie in modo piuttosto freddo, irritandosi un poco perche' non parlo farsi. Di inglese ovviamente non se ne parla, mal a negoziazione avviene in modo fluido con l'ausilio della sempreverde calcolatrice. Per 60.000 rial, equivalenti a circa 4,40 euro vengo accomodato in una doppia ad uso singolo, senza bagno. L'alloggio non e' certo il massimo; i muri sono ricoperti da una specie di intonaco molto sottile che si stacca dalle pareti, mentre le lenzuola sono piene di buchi, come bruciate. Una presa elettrica e' staccata dal muro e tutti i cavi sono a vista (qui non c'e' la legge 626). Il bagno, in comune con altre nonsoquante camere, e' il pezzo forte; per individuarlo non serve chiedere o guardare cartelli, basta inseguire il fetore nauseabondo.
I richiami alla preghiera diffusi dai minareti si fondono armoniosamente con il silenzio della mia stanza; mi ricordano che sono ospite qui, che la cultura e' diversa. Lascio le chiavi alla reception e mi precipito alla biglietteria ferroviaria a fianco dell'hotel. Faccio presente che devo acquistare un biglietto Esfahan-Tehran per qualche giorno dopo e vengo affidato ad un giovane ragazzo che parla un buon inglese. La procedura di emissione del biglietto non e' affatto veloce, ci tengono a non sbagliare con giorno, orari e dati del passeggero. Costo totale 45.000 rial, poco piu' di tre euro per un viaggio di una notte in compartimento da 6 con cuccetta. Finalmente posso cenare, oggi ho praticamente ho saltato il pranzo; ricordo la colazione a Dogubayazit, mi sembra una settimana fa. Cammino sulla Imam Khomeini con il fare sicuro di chi conosce bene la citta', senza destinazione. Passo la splendida facciata di una moschea, l'entrata del gigantesco bazar, mi mescolo talvolta a famiglie, a gruppi di ragazzi, ad anziani. Vengo finalmente condotto in una bottega dal profumo di agnello grigliato che si propaga sulla strada per decine di metri. Il posto e' piuttosto pieno e tutta la clientela e' di sesso maschile. Mi accomodo e nel giro di breve il padrone mi propone le varie pietanze; non parlando farsi, mi alzo e gli indico i piatti che si stanno consumando nel tavolo accanto, che sembrano molto appetitosi. Si tratta di classico kebab, e yoghurt acido da bere; consumo il tutto con la rapidita' di chi non mangia da giorni. Il padrone mi lascia educatamente finire e comincia il classico interrogatorio. Quando scopre che sono italiano, impazzisce letteralmente, comincia a ridere, a urlare di gioia, attira l'attenzione di tutta la gente dicendo che sono italiano...cose di questo tipo non mi erano onestamente mai capitate ma ho l'impressione che in Iran siano comuni. Dopo l'allegro siparietto saluto il simpatico ristoratore e m'incammino verso il bazar.
L'orario non e' dei migliori; tutti i negozi stanno chiudendo e ho solamente il tempo di 'assaggiare' l'atmosfera di questo luogo, che nel corso dei secoli ha rappresentato l'anima commerciale della citta'. I soffitti sono straordinariamente decorati con volte e mattoni a vista. Tutto e' in perfetto ordine e pulito. La gente ama percorrere questo labirinto e guardarsi attorno, proprio come farebbe un turista. Le piazze adiacenti alle numerose uscite sono affollate da venditori di strada che attirano l'attenzione dei passanti esibendo ogni tipo di oggetto. Abbandono l'immensa area del bazar per dare un'ultima occhiata all'ingresso della Moschea sulla Imam Khomeini street, visto che domani partiro' prestissimo e non mi capitera' presto di rivederla. E' un ottimo assaggio di 'blu Iran', il protagonista assoluto dei prossimi giorni.